AVANZI PREISTORICI NEL BELLUNESE

 

Note di Michele Dr. Leicht - Belluno 1871

 

Riteniamo interessante proporre alla lettura

la prima parte del volume ‘I Paleoveneti Alpini’

che documenta dei ritrovamenti archeologici nel primo ottocento

riguardanti i Veneti Antichi nella nostra Provincia.

La redazione

Si tratta di articoli usciti fra il 1871 e il 1899, pubblicati per la maggior parte sulle ‘Notizie degli Scavi’, periodico dell’Accademia Nazionale dei Lincei, fondato nel 1866, all’inizio quindi del nuovo Regno d’Italia, che aveva avocata a sé la tutela e la valorizzazione di tutto il patrimonio storico -  artistico e monumentale esistente sul territorio nazionale  e di quello che si andava via via costituendo attraverso gli scavi archeologici e le scoperte fortuite

Giulia Fogolari

 

 Agli oggetti descritti dal Chiarissimo Professore Pellegrini nel Tomo primo serie I.a della Raccolta Veneta, con quella diligenza che lo distingue, essen­dosene aggiunti parecchi altri di diverse procedenze e di epoche, assai probabilmente differenti, ò creduto potesse tornar utile scriverne e pubblicarne una notizia sia perché ne abbia ad essere maggiormente diffusa la cognizione, sia perchè da una rappresentazione grafica, ottenendosi maggiore evidenza resterà più a sperarsi che abbiano ad essere arrestate talune di quelle dispersioni che riescono esiziali alla scienza, sottraendo di netto i materiali o interrompendo le serie o rendendo impossibili i raffronti.

Io seguirò il prudente riserbo del citato Professore per quanto riguarda le conclusioni, non amando avventurarmi sopra un terreno evidentemente pericoloso e ritenendo che la scarsezza dei fatti raccolti inuno alla diversità loro imponga il compito di raccogliere ed accertare, riserbando ai più competenti e doviziosi le classificazioni e le sintesi.

E non è già nel solo campo dei monumenti ma­teriali che questo territorio presentasi cotanto difficile da imporre ogni più severa cautela a chi s'avventura in mezzo alle inesplorate memorie del passato - poiché la varietà delle parlate Bellunesi, derivanti forse fino a varietà di dialetti, fu avvertita anche da illustri forastieri, i quali incidentalmente trascorsero su questo lembo d'Italia e sbozzarono qualche linea su questa specialità di esso.

Qui infatti dallo spiccato Romancio dell'Oltre- Chiusa si passa alle parlate di Canale e di Rocca d'Agordo, per arrivar poi alla forma Feltrense ed alla Bellunese, le quali per via d'Alpago ne avvicinano grado a grado al Veneto della pianura.

I documenti atti a constatare le cronologiche modificazioni, le delimitazioni delle zone di ogni parlata; i materiali sufficienti per constatare le differenziali e definirle, mancano interamente e potrebbero essere perfino disconosciuti qualora si praticasse come in una provincia contermine, dove preoccupandosi solo dell' assonanza di un dialetto, si credette in un solo volume e senza veruna distinzione di procedenza, racchiudere elementi a rigor di evidenza disparati.

Bisogna pur non stancarsi di raccomandare ogni possibile diligenza ai raccoglitori di oggidì, se si voglia afforzare la speranza che un giorno abbiano ad essere riparate le dimenticanze del passato, poiché solo allora che i classificatori troveranno ricca messe raccolta, potranno agevolare la via alle difficili elaborazioni della sintesi.

 

2. Le facili spiegazioni d'un tempo, che tranquillavano lo spirito, del pari a quegli indiscutibili classicismi cullati nella intangibilità quieta dei dogmi molto avventurosamente devono oggi subire il controllo di quelle nuove scienze che sebbene sbucciate ieri, mettono diggià potente vegetazione e promettono sapidi frutti, quantunque germoglino fra i cumuli dei rigetti scientifici e fra le inconcludenze di quel passato che non li aveva pur degnati di uno sguardo né di un pensiero, mentre ora impongono allo studioso il debito di una più severa dottrina e di un più completo corredo di premesse.

Fra questi giovanissimi elementi, da non molto chiamati a porgere soggetto di indagini storiche, son le denominazioni territoriali - e nel Bellunese cotanto varia e cotanto copiosa ne è la serie da fornir argomento a qualunque più volonterosa cura a qualsivoglia più industre ricerca.

Senza che io pretenda avanzare un passo in questo campo od accennare a premature classificazioni - mi sia concesso indicare, come i pervetusti Reti, Raseni, Raseuni, Toschi ecc. delle convalli Trentine Enghedine e del contermine Friuli siano ricordati dal Toschian del Feltrino da Rizziòs e Resinego e Reana e Ricciò e Rasai (Rasani ?); come la formazione in acco tanto diffusa in Europa e tanto restia alli studi di quanti tentarono di definirla, sia rappresentata da Cavessago e Fumac, Pirago, Mujac, Conzago, Lantrago ecc., ricordando che la posizione topografica di Cugnac risponde siffattamente a quella dell'omonimo Francese da credere che la descrizione di un sito sia quella dell'altro e come l’assonanza Gallica sia potente nella Baldeniga e Baldinicco, in Nemeggio, in Quero e Caralte, nella Cicogna e Sonna e Segusino che riprodurrebbero colla parola e coll'idea, analoghe condizioni della Francia -.

                     

3. Noi che non sappiamo ancora d'onde provengano questi Etruschi che ànno lasciato traccia di arti così perfette, sotto molti aspetti, quali le più felici dei bei tempi d'Atene e di Roma: noi che intorno ai primi Galli non sappiamo discernere se occupassero, ottenessero o conquistassero i paesi che portano il loro nome, noi che circa alla introduzione dei primi elementi di civiltà nel nostro paese si troviamo dinnanzi le più discordi conclusioni, avvertendo la intersecazione dei segni diversi che ò notati e pur indovinando l’orma di grandi avvenimenti pre­corsi non possiamo non lamentare questa dura condizione che mentre acuisce il nostro desiderio, rifiuta per qualsiasi guisa soddisfarlo.

Valga a questo medesimo proposito che il Froehner e lo Stier     

studiando le iscrizioni Messapiche vennero discutendo se i Japigi pervenissero in Italia dal Mezzodì o dal Settentrione, mentre potrebb’essere accaduto ciò che dalle due Japidie Italiche sarebbe adombrato, che i più progrediti avessero valicato il mare, quando i meno avanzati stavano navigando lunghesso gli Arcipelaghi Adriatici:

  Valga il convincimento del Quadrio appoggiato dal Co: Benedetto Giovanelli e costituito in dottrina dal Mommsen, dal Weber, dal Lange e dallo Steub che la gente Etrusca sia giunta in Italia dal Settentrione, donde la collocazione prima nelle convalli Alpine e la successiva lotta pel conquisto della pianura:     

Valga che la origine dei Veneti e la storia di questi adoratori di Beleno che al tempo della conquista Etrusca erano così numerosi da noverar fino a trecento i loro borghi debellati, è ancora un problema che deluse l’ingegno di quanti scrittori trovaronsi sbalzati dalla Windenbourg del Baltico ai Veneti del Morbihan, da quelli della Wentsland a quelli dell'Armorica e dell'llliria, da quelli delle Umbrie, a quelli della Venezia novella.

Ma col progredire degli studi antropologici e linguistici, coll'accertare le leggi delle emigrazioni delle remote umane tribù, col decifrare queste misteriose epigrafi delle denominazioni territoriali noi potremo acquistare una certezza che ne tolga alle avventure del caso e ne consenta di portar sicura la mano dove la terra gelosamente custodisce i preziosi ricordi di queste età senza storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4. A sud-est di Belluno, e al di là della Piave sull’altura di Castion, v’à un bacino che fu lacustre e si divise in due piani, quando la Turriga aperse lo scolo delle aque a ponente e quelle a levante s’inalvearono lentamente per altra via.

In questo secondo ambito e fra i poderi del nob. Cav. de Bertoldi Sindaco di Belluno e del Co: Damiano Miari fu per alcun tempo utilizzato il prodotto d'una torbiera dalla quale emersero alcuni pochi oggetti e qualche notizia che potrebbe essere forse una semplice parvenza.

Il Cav. de Bertoldi possiede una lama di coltello, Figura N.1 a. b. c., trovata in questa torbiera accanto a certi legni anneriti dal tempo, che restano tuttavia in buona quantità nei più bassi strati del bacino ad un metro e mezzo circa dallo strato torboso.

 Questi legni ben numerosi, accatastati o sovraposti in varie direzioni, non lasciarono discernere ai lavoratori alcuna disposizione che accennasse ad un uso ad uno scopo.

Da alcuno di essi rilevai che qualche frammento di terracotta fu qualch'anno addietro in quello stesso sito trovato ed alla descrizione parrebbe che si trattasse di qualche prodotto dell’ epoca del bronzo. Così pure sentii a descrivere da un altro ritrovatore alcuni grossolanissimi tessuti ch'egli trovò nella torba e disperse come tutto il resto.

Il coltello del Cav. de Bertoldi è di un bronzo ricco di rame e se qualche chimico potesse condurne l’analisi - un altro elemento di classificazione sarebbe introdotta in questo campo così trasandato -.

Nella medesima torbiera è stato trovato un campanello di bronzo da animali della forma, che pelle epoche romane vedesi così sovente rappresentata in tutte le gallerie d'Italia, ma particolarmente in quella di Napoli.

Raccogliendo insieme questi indizii e questi fatti potrebbe indursi alla probabilità che gli avanzi di una stazione lacustre esistano fra le torbe, di Modolo e nei poderi degli indicati signori, ma la verità che non costerebbe di molto, è proprio tutta in mano di chi sà, dove i sicuri responsi possono evocarsi.

5. Non altrettanto potrebbe dirsi circa al palstaab che io possiedo - Figura N. 9 a. b. della tavola.

Rinvenuto nella valle Falcina, una delle coordi­nate a quella del Mis, che convoglia le sue aque nel Cordevole per alla Piave, non altro ò potuto sapere, circa al sito, o ad altre condizioni locali - per quanto abbia pur ricercato e per quanto cortesissime persone si siano interessate.

La conservazione di questa arme o stromento è perfetta: il tempo l’à ricoperta della splendida ver­nice verde dei bronzi, che fà spiccare maggiormente la diligenza della esecuzione -.

A Napoli nel Museo Nazionale, a Roma nel Vaticano e nel Kirkeriano, a Perugia, a Firenze, a Bologna non vidi alcuno di questi stromenti ne così bello di forme, ne così perfetto di conservazione.

Lungo le alette sono foggiate delle linee concentriche che vanno a finire ai fianchi del tagliente con una precisione ed eleganza rimarchevole e sulla coda osservasi l’impronta di un cuoricino con un punto rilevato nel mezzo, come se dovesse raffigurare un distintivo di proprietà o un segno di fabbrica, e come se vi fosse stato ripetuto più fortemente perché un altro, lì accanto, non era perfettamente riuscito.

Un altro di questi stromenti di forma consimile ma di conservazione e lavoro differenti è stato trovato nel Cadore e precisamente nelle puddinghe di Crodola presso a Domegge.

Questi corrispondono all'altro che l'illustre Luigi Pigorini riconosceva nell' Appennino Romano, siccome dalla relazione inserita nell' Annuario scientifico e industriale dell'anno 1866.

Anche qui la chimica potrebbe dirci qualche cosa, essendoché se l'uno di questi palstaab fu trovato non lungi dalle miniere di rame di Valle Imperina, l’altro fu trovato non lungi da quelle di zinco dell'Argentiera e se la analisi del metallo potesse legarci a queste condizioni del suolo avressimo spiegate altre circostanze sulle quali questa enunciazione va a trascorrere.  

 6. Dopo questi arrivano com' è ben evidente, i ritrovamenti del podere Zanussi a due chilometri circa da Belluno ed a pochi passi dal villaggio di Caverzano sulla sponda dell’Ardo alla radice del monte Serva, in esposizione a ponente.

Quivi scavandosi una fossa per piantar delle viti si trovarono  parecchie  tombe  seppellite a un metro circa di profondità nella terra di uno scaglione che divide in due l’alta sponda indicata.

Un'altra di queste tombe fu trovata un po' più innanzi a circa duecento passi da queste sullo sperone del colle detto la Masiera che si addossa al massiccio del Serva.

Nessuna differenza fra la costruzione di esse: la è sempre una cella parallelogrammica, più o meno grande costituita da lastre di pietra disposte ad angolo retto e coperte da un altra pietra, ovvero dei muricciuoli a secco - fatti colla sovrapposizione di frammenti di pietra - che portano il solito coperchio

Sì le pietre laterali come i coperchi provengono dai comunissimi strati di arenaria che affiorano al suolo, e che o sono divisi, o senza studio e fatica si dividono in lastre grossolane.

Nessuna diligenza nessuna cura di addattamento: si direbbe quasi che tali erano staccate dal masso e tali erano posate a compiere il loro uffizio. Così parimenti nessun segno o lettera mi fu dato avvertire nei cumuli di queste pietre che ò potute esaminare, nè posso credere che abbiano esistito su altre pietre che io non abbia vedute, perché sò che questa ricerca costituiva un argomento di speciale preoccupazione al momento della scoperta.

Ritengo che la profondità cui furono trovati questi depositi mortuarii non abbia di molto variato da quella originaria poiché qualunque movimento del suolo fosse avvenuto, avrebbe in quella rapida successione di pendii,  portati  degli sconvoglimenti dei quali non è traccia.

Le tombe erano piene di terriccio portatovi dalle filtrazioni delle acque della superficie che avevano quindi investiti anche i vasi funebri e portato un nuovo elemento di distruzione contro questi avanzi che tanto ne interessano.

Tutte erano più ampie o meno a seconda della quantità dei vasi funerarii che avevano a contenere e questi variavano diversamente essendosene contati fino a nove.

Per me dopo molte domande e contestazioni devo credere che queste tombe null'altro contenessero che i vasi funerarii, senza veruno di quegli accessori che pure sono frequenti in questo genere di costruzioni.

Si disse che taluna delle celle contenesse qualche vaso di terracotta ma io non ò potuto vederne alcun frammento ne parlare con veruno di quelli che avessero veduti questi vasi eccezionali.

Ciò che invece costituisce un fatto generale si è che queste celle mortuarie contenevano uno o più vasi o secchie di bronzo in cui stavano le ceneri e le ossa rimaste dalla cremazione.

Nel fondo trovansi sempre le ossa, sopra queste le cenere e su di essa parecchi dei piccoli oggetti di bronzo di cui sarà fatta parola in appresso

 

          

La disposizione delle celle è quella disegnata al N. 21 (pag. 8) della tavola ed i vasi funerari in generale sono rappresentati dai disegni ai NN. 14, 15, 16, 17.

Ciò che m'à  colpito si fu la mancanza  di  quel rigoroso jeratismo che troviamo in generale nei tumuli. Qui infatti oltre alle forme disegnate, altre ancora s'avvisarono, quantunque incompletamente nelli frammenti raccolti. Qualcuno di questi vasi à un manico ed altri due, taluno à delle dimensioni ed altri delle diverse: il vase N. 17 à il diametro di cent. 22 ed è alto cent. 19 mill. 5; il vase N. 15 à il diametro alla bocca di cent. 27 alla base di cent. 20 ed è alto cent. 13 mill. 5.

I manichi rispondono quasi  tutti  alla forma  di quello disegnato al N. 8 della tavola e gli occhielli a quello descritto nel disegno N. 4.

II lavoro di questi secchielli è sempre diligente; le curve si svolgono regolari ed eleganti; la lastra che costituisce i lati, è fermata con brocconi dello stesso metallo ribaditi allo interno;  il  fondo è formato da un pezzo di bronzo ripiegato nel  contorno ai bordi sporgenti del corpo del vase.

 Nessun liquido avrebbe potuto essere trasportato con questi arnesi, i quali anche per altro modo addittano di non essere stati destinati a tradurre oggetti pesanti.

Per afforzar l’orlo, si vede ancora che nel vano lasciato dalla ripiegatura del metallo fu artificiosa­mente introdotta della creta che ebbe in seguito a subire una cottura, ma se questo può aver bastato a mantenere la forma nelle condizioni tranquille della giacenza nell’interno del tumulo, non avrebbe avuto eguale riuscita di contro o sotto la pressione di qualsiasi anche lieve peso.

Ciò è bene a notarsi perché questa pratica di riempire degli oggetti tenui affine di difenderli con­tro gli urti e le cadute, fu rilevata dall'illustre M. Gozzadini in quei celebri cemeterii ch'egli à illustrati.

 

7. Il silenzio delle pietre sepolcrali e dei vasi funebri, è invero sorprendente dacché nelle tombe scoperte in Vadena nel 1855 e costruite precisamente a questo modo, furono sulle lastre di coperchio rilevate alcune parole in lettere etrusche e sul vase di bronzo di forma analoga a questi, scoperto in Cembra nel 1828 furono trovate quelle iscrizioni etrusche che diedero soggetto al Co: Benedetto Giovanelli allora podestà di Trento di eruditissime disquisizioni.

Dopo di lui il Sulzer ed il Weber e Saverio Matzler tentarono indarno di arrivare ad una spiegazione che quanto più desiderata e tanto più s'ostinò a deludere la diligenza e l’immaginazione.

                                         

Questi raffronti mi condussero dinnanzi ad un fatto sinora inavvertito e ad un monumento del tutto nuovo - ma che nella sua umiltà può risollevare taluna di quelle ardue questioni etnografiche in precedenza accennate se pur non riuscirà a pesare definitivamente sopra una qualsiasi soluzione. 

La figura 22 (pag. 9)riproduce l'impronta di un embrice trovata nel 1855 in via Mezzaterra a Belluno presso al crocevia che mette al R. Liceo a un metro e mezzo circa di profondità.

Ne invero questo fu il solo oggetto di tal genere che sull'altipiano stesso sia stato trovato poiché nelle stanze del Municipio il signor Bucchi possessore del frammento preaccennato me ne mostrava un altro intero che molto probabilmente per colore e per forma additterebbesi contemporaneo a quello.

Così del pari il Nob. Alpago Giuseppe raccoglieva nei lavori di fondazione d'una casa in Borgo Feltre due braccialetti di bronzo foggiati precisamente come quello al N. 12 (pag. 8) e qualche altro frammento che viene a collegare la destra colla sinistra sponda dell' Ardo e le tombe di Caverzano colla impronta dell’ embrice indicato.

 

8. Dello stesso metallo e mutolo come i vasi Bellunesi era quello che fu rinvenuto in Cassanego nell'Asolano - e che conteneva ossa combuste e ceneri, con alquanti oggetti appartenenti ad un guerriero defunto.

Questa pratica dei vasi funerari di bronzo, ebbe a perdurare fino a portar l’impronta di nuove lettere e di nuove esigenze.

I vasi del Cattajo (nel Padovano) sono di bronzo e contengono le ceneri in appositi vetri all'uopo costruiti.

Sul bronzo vedonsi scolpite delle parole in lettere latine, ma il loro senso non si raccoglie come nelle lastre di Vadena e nel vase di Cembra. 

  

 

 

 

 

 

 

 

Una varietà ancora è da notarsi, che i vasi del castello Euganeo, si mostrano raccomodati pei danni sofferti dall' uso precedente, mentre i Bellunesi sono affatto nuovi e si dovrebbe sostenere che a nessun servigio fossero stati usati.

II     solo vase di Cassanego portava un coperchio mentre i vasi della sponda dell’Ardo ne mancano affatto.

Nel Museo Nazionale di Napoli ò veduti due sec­chi di bronzo a due manichi e coi lati foggiati a ri­ghe come quello disegnato al N. 17 della tavola (pag. 9).

L'uno di questi vasi porta il N. 9533 in carta gialla e 19 in carta bianca.

D'onde provengono? è una corrispondenza fortui­ta - o la tradizione Campana che ricorda le più lontane sorelle ?

 

9. Tornando alla nostre tombe Bellunesi e procedendo alla descrizione degli oggetti in questi vasi funerarii trovati, avvertiremo la solita quantità di fibule, ma di ogni grandezza e di ogni forma.

Altre di queste, lunghe una spanna ed altre piccole fino a 15 centimetri, altre ripiene di una terra bianca che si direbbe rispondere a quella di cui Mastillet à pubblicata l’analisi chimica, ed altre solide interamente, quelle con varii ornamenti e queste semplici fino ad essere costituite da un filo di bronzo che si ripiega sopra di se, talune fornite di catenelle ed ambre ed altre con soli buchi o listelle ripiene di creta bianca.

I NN. 2, 3, 10, 13, 5, 6 (pagg. 10 e 13), accennano a taluna di queste differenze, ma nemmeno approssimativamente a tutte le varietà.

I disegni incisi su queste fibule si aggirano sempre intorno ad un ristrettissimo limite: le linee incrociate e i circoletti concentrici.

La figura N. 7 è la testa di uno di quei lunghi spilli che trovaronsi di sovente e che portano sempre vario numero di palle e talora dei pezzi d'ambra diligentemente assicurata al suo gambo.

Oltre a quest'uso, l'ambra figurava anche quale ornamento di taluna delle fibule, ma non con frequenza.

Un altro oggetto deposto sulle ceneri, era costituito da lunghe filze di palline di creta bianca forate al centro, e di altre filze di palline schiacciate di color caffè e probabilmente di resina colofonia.

Ho veduti degli anelli di bronzo di varia specie e grandezza ma senza specialità degna di nota - mentre invece qualche perla di vetro che facea parte di queste pietose memorie, gialla grossa come una nocciuola, con tacche azzurrastre e circoletti bianchi mi ricor­dava gli smalti di Villanova analizzati del Prof. Sgarzi.

 Di ferro, non furono trovate che tre lame di coltelli lunghi interamente corrose dalla ruggine. Uno di questi coltelli aveva anche la propria impugnatura che era foggiata a guisa di una grossa chiave, dal pettine della quale si prolungasse dirittamente la lama.

 

Mi si disse anche di qualche altro oggetto che sarebbe andato disperso ma pur lamentando questo fatale destino, non seppi raccogliere alcuna descrizione abbastanza precisa per consentirmi di assumerne la responsabilità.

Nessuna moneta e nessun arme fin qui ebbe ad essere riconosciuta, ma non potrei denegare che fra le molte cose trafugate o disperse incautamente, non vi potesse essere da contradire a questo asserto.

Tuttavia mi fa meraviglia che qualche frammento almeno non abbia ad essere rimasto fra ciò che pur resta e torna ancora interessante.

Certo la disamina delli ossami e delle ceneri avrebbe potuto dirci se fossero uniche o molteplici, se seguissero i loro autori la dottrina Etrusca della espiazione - o se alle ossa e ceneri umane si unissero anche ossa e ceneri di bruti.

Certo la disposizione degli oggetti nelle singole tombe avrebbe potuto addottrinarci su qualche usanza o condurci a qualche utile congettura e forsanco a formulare qualche novella tesi - ma poichè le cose sono a questo modo procediamo nella nostra enumerazione.

Fra i braccialetti quello al N. 11 indica la forma di alcuni costituiti da una sottilissima lama di bronzo piegata sopra di sè nel senso della sua lunghezza.

 

 

Per togliere ogni elasticità a questo delicato ornamento era passato un chiodino dello stesso metallo fra tutti e due i capi, dove essi andavano a sovraporsi.

Si direbbe che dovesse essere stata una donna quella che. portava questo braccialetto e che questa donna avesse vissuto con riserbi, ignoti alle nostre abitudini, poichè ogni più piccolo urto l'avrebbe contuso o stiacciato.

Gli ornamenti incisi su questo e riprodotti nel disegno sono le solite linee ed i circoletti.

 Veniamo alle figure N. 18, 19, 20, 23, 24 della nostra tavola (pag. 12).

Questi oggetti veramente numerosi nelle tombe fino ad ora scoperte, volendo credere a qualche vaga informazione raccolta intorno ai trovamenti fatti sopra dei cadaveri distesi, avrebbero avuto servire come i moderni orecchini.

Se le incisioni che essi portano sono sempre limitate a linee che s'intersecano ed a circoletti concentrici, gli oggetti invece che tengono sospesi alle catenelle sono quasi sempre diversi.

Ora sono tutte altrettante galline sospese pella groppa e segnate delle solite fascie e dei soliti circoletti - ora tutti galli sospesi pella testa ed anch'essi regalati della ordinaria decorazione - ora dalla catenella pendono delle palle segate nel senso della. loro lunghezza e ridotte così a una serie di circoli - ora pendono dei vasetti pieni - ed ora delle mollette cogli estremi lembi ripiegati al di fuori.

Variano anche le stesse forme delle catenelle ed il numero degli oggetti attaccati che ora son tre ed ora cinque, quantunque la grandezza non abbia mai oltrepassati quei limiti che si rilevano dai disegni della tavola.

Nel Museo di Perugia v'à, da otto a dieci volte più grande un ornamento di forma identica a questo, e nel Museo Nazionale di Napoli oltre a due di più grandi, ve n'ànno due della stessa grandezza di quello segnato al N. 15 (pag. 9). Essi portano dei cordoni foggiati a catenella come alcuni di quelli del Bellunese, e invece dei galli o delle Galline tengono sospesi dei cavallini d'un arte invero non molto superiore a quella che ò sottocchi.

Mi si disse che erano ornamenti da cavalli - ma quale fosse il fondamento di questo asserto non saprei dirlo e vi osterebbe forse la semplice considerazione - che la loro delicatezza relativa, male po­trebbe sopportare i trabalzi e le scosse inseparabili dai movimenti di questo animale.

Avrei ben voluto sapere, dove fossero stati trovati i vasi e gli ornamenti Napoletani ma invero non è una colpa se fra le immense cose di quella raccolta possano essere sfuggiti alcuni frammenti, che pella eleganza della forma o pel lusso dell' arte non mo­stravano certo di poter essere chiamati ad istituire confronti, a dimostrare delle corrispondenze od a risvegliare delle peritose speranze. 

                                    

 10. Sulle stesse pendici del Serva, discosto forse, tre kilometri da Caverzano verso Oriente, presso al letto di uno di quei torrentelli che vanno poco stante a gettarsi nel Piave, dopo aver lambite le case della Vinegia e precisamente a Sala, dove la tradizione vorrebbe che avesse esistito un antica Belluno ovvero quel centro che la precedette in importanza qualche anno fa, ebbero a scoprirsi alcune tombe di cadaveri distesi e ceneri di combusti.

Tutto fu disperso, di ciò che provenne da questi trovamenti ed ogni ricerca fu indarno spesa; ma dalle informazioni di coloro che furono presenti ai lavori che vi dettero occasione, risulterebbe che le ceneri fossero contenute in vasi di bronzo foggiati come quelli del podere Zanussi e che gli oggetti funerarii rispondessero al medesimo tipo.

 Così parimenti le celle in cui tali vasi erano deposti, si uniformavano alle costruzioni parallelogrammiche già prima descritte - e gli stessi cadaveri, distesi portavano frammenti di bronzo correlativi a quelli disegnati nella tavola.

Sembra che un altra tomba sia stata trovata al Colle Frascher, che un cadavere assiso sia stato trovato a Caverzano e quindi che tutti i dintorni del Serva siano disseminati di memorie che, con una scomparsa frequenza d'uomini e di interessi e con una osservanza di pervetusta consuetudine, giustificherebbero il mercato che un tempo si teneva a S. Michele da Ross, sul culmine di questo sperone e in un sito, disadatto, e di faticosissimo accesso.

 

11. Anche il Cadore Iascia intravedere di poter un giorno porgere un contingente di rilievo a questo genere di studii.

A Crodola nel 1865 oltre all'ascia di cui si è fatta parola fu trovata una falce di bronzo in buono stato di conservazione: a Gogna fra le macerie di una antichissima costruzione, fu trovata una testa di lancia della precisa forma di quella proveniente da Bargone di Salso, esistente nel Museo di Parma: a Domegge sul prato della chiesa alla profondità di circa trenta centimetri fu trovato un cranio presso al quale stavano uno spillone ed un circoletto di bronzo: lo spillone è costituito da una piastra rotonda divisa in dieci spazii da altrettanti raggi segnati da pallottoline che girano tutta la periferia: al circoletto era attortigliato un filo dello stesso metallo che portava un pendente di vetro bianco e celeste.

Nella Storia del Cadore si legge un documento che certifica la scoperta di cento tombe fatta nell'anno 1852 in Lozzo nel podere di Stefano Baldovini.

Sessanta vasi, alcuni pochi di terra cotta fragilissima ed altri di bronzo di varia forma, ma più particolarmente di quella disegnata al N. 16 della tavola, contenevano ceneri ed ossa di defunti e ognuno di questi vasi era deposto nel cantuccio formato da due pietre messe ad angolo acuto e difese da una terza che sopra di queste era posata orizzontalmente.

Altri quaranta cadaveri giacevano colla testa protetta da una costruzione identica a quella descritta ed ai piedi avevano un altra pietra.

 

Di questa provenienza sono i vasi funerarii di bronzo posseduti dal Sig. Valentino de Lorenzo di Lorenzago e un braccialetto di bronzo ripieno, coi soliti ornamenti delle linee incrociate ed un frammento di cinturone di bronzo con borchie ribadite e circoletti concentrici segnati col tornio e linee incrociate di lavoro diligentissimo.

Quello che mi pare importante di notare si è l’assoluta mancanza nelle convalli Bellunesi di quei falli o piramidi mortuarie che dall' Euganea fino alla Campania affermano una credenza Etrusca, la quale accompagnava fino alla tomba i suoi fedeli.

Questo fatto, se potess'essere convalidato rigorosamente, potrebbe reclamare la conseguenza che non l’avessero già i Reti portato dalla montagna questo mito, il quale a un tratto comparisce in mezzo ad essi come il pietoso rammentatore della fecondità univer­sale, della vita e della rinascenza.

 

12. Ma gli avanzi contesi alla decomponitrice forza del tempo, i languidi accenni della Storia e i misteri del linguaggio non sono ancora tutti i monumenti che deggiono concorrere a far più sicura, e precisa questa vicenda del passato, che si presenta ora come una nebulosa agli estremi confini delle nostre istorie più antiche.

La tradizione e le costumanze contengono dei fatti che bisogna ridurre alla più vera significazione, spogliandoli di tutte le sovrapposizioni che li deformano, affinchè possano entrar di diritto nei dominj della scienza.

Qui per esempio nelle cene mortuarie ravvisiamo una continuità di tradizione che rimonta fino a quell’epoca Etrusca in cui nell'ustrino dopo aver bruciato il cadavere si arrostivano i montoni che rattemperavano i dolori dei superstiti, qui le prefiche in qualche parte di Val Serpertina spandono ancora delle lacrime più o meno officiali come le loro congeneri del tempo Romano - e qui il maritaggio degli alberi, e i ragazzi che vanno col campanello a chiamar l’erba dalla montagna, ricordano dei tempi e delle idee che oggidì più non trovano nei nostri costumi una sufficiente spiegazione.

Non vorrò dire altrettanto, di altre usanze che sono bastevolmente degne di nota quale la ragazza che andando a marito deve portar un segno di amanti in precedenza avuti - quale la suocera che regala il dì delle nozze alla nuora un pajo di scarpe - quale la merenda che si dà nell'ottavo mese alla novella pregnante - quale il dono di un pane che la nuova madre fa al primo che incontra per via, quando sorte la prima volta di casa.

Circostanze che potrebbero a qualche maniera aggrupparsi e condursi ad unica significazione sarebbero due tradizioni: del Mazzarol e dell'uomo selvatico con una parola che serve per insulto ai contadini.

La presenza di un'altra razza, nemica confinata dove la montagna è più ardua ed esasperata fino a perdurare le odiose lotte del tradimento sarebbe, addittata da questa misteriosa figura del Mazzarol che attende il passaggero alla montagna e lo forvia in quei precipizii dove lo attende una morte sicura.

Quindi la razza dei vinti è decaduta anche fisicamente e il robusto conquistatore concreta nella parola di pèpol (piccolo, meschino, ratrappito) l’insulto ch’ei getta all'uomo che non è della sua gente.

Più tardi i radi superstiti, desistendo da qualsiasi infruttuosa violenza, tentano rendere meno dura la loro condizione, imparando ai nuovi venuti le arti della montagna.

E il guerriero fatto coltivatore ricorda con gratitudine l'uomo selvatico che gl'insegnò a fare il burro il cacio ed altro e più ancora gli avrebbe appreso se avesse più a lungo durato.

Gli abitanti di Pont' Alto nell'Agordino festeggiano nel 25 Aprile un loro compaesano travestito da selvaggio e l’onorano di oneste accoglienze e lo fanno sedere al loro desco e prender parte alle loro danze.

 

13. La importanza delle arti e delle usanze per illustrare la vita intima di un popolo e per affermare le conformità o disformità sue, con altri popoli vicini, non sfuggirà di leggeri ad alcuno.

Se v'à possibilità di colmare tante vacuità, così fatali alla storia ed alla sua efficacia - non la si può incontrare che per questa via e colla estensione e diligenza di queste indagini.

In esse però, sin d'ora vediamo splendere dei bagliori di incoraggiamento e di confidenza.

 Quanto più s'addentriamo nel passato e tanto scema l’individualità per fondersi in quella uniformità che assorbiva l'individuo - Ciò è tanto vero che si può sostenere in un certo tempo abbiano tutte le genti europee avuta quasi la stessa forma nelle arti e quindi con molta probabilità un punto di vista comune nella manifestazione di molte idee.

Limitato a questa maniera il campo della vita, è certo che i materiali punti di contatto, devono avere un importanza maggiore, e le conformità o le disformità portare una efficacia, senza rapporto con verun'altra delle corrispondenze odierne.

Designati i pericoli e le compiacenze, raccolti gli accenni che possano agevolare le ulteriori ricerche, un primo passo doveva naturalmente mantenersi entro a quei ristretti limiti che fin dapprincipio avea enunciati.

Ma se dal campo di queste indagini mi sia permesso di sollevare il pensiero a considerazioni di più generale influenza dovrò confessare che degli impulsi ancor più vivi di quelli che possono essere stati tradotti nelle note, qui raccolte - m'ebbero a sospingere ed a rendermi caro questo studio.

Qui inframmezzo ad avanzi corrosi, infranti non sono secoli ma migliaja d'anni trascorsi. Prendendo in mano taluno di questi frammenti e pensando alla strada che à percorsa l’umanità da quel tempo sino ad oggi, pensando a quanta parte della natura si è rivelata, a quanti ordini sociali si sono elevati a dignità d'uomini e stanno per sciogliersi e sottrarsi alla anonimità del numero; a quanti doveri si sono cancellati e quanti diritti si sono inscritti nei codici sociali - pensando qual punto d'appoggio si sia trovato nella libertà e nella comune responsabi­lità, per impedire i fatali ritorni - dobbiamo convincerci che di tanto la scienza ne sconfina, il passato e di altrettanto noi troveremo apprezzabili le condizioni del presente ed allietanti quegli sforzi e quelle pene che ne sono imposte dalla preparazione dell’ avvenire.  

                           

 

A cura di ARCA